Sabato scorso e’ andata in scena la “Festa del Sole” di Lealtà-Azione, la festa ha visto tutti noi impegnati nell’organizzazione dell’atteso appuntamento che sanciva di fatto la fine di un anno di lavoro intenso ma pieno di piccole battaglie . Abbiamo sfidato impavidamente la forza degli elementi per la “Festa del Sole” perché il festeggiato si e’ fatto attendere, ma fin dal dal mattino era nei cuori e nei sorrisi di coloro che, nonostante il tempo … da lupi, si sono ritrovati in Val Chiavenna per un intenso momento comunitario. La manifestazione si è svolta in un suggestivo scenario alpino, reso più ruvido ed aspro come già detto dal clima inclemente, ma forse proprio per questo più adatto a suscitare uno stato d’animo introspettivo, adeguato per quello che voleva essere un momento si di festa ma anche di riflessione e formazione in vista delle battaglie future. Come per altre iniziative e per abitudini consolidate il modificare ogni cosa all’ultimo momento non ci ha scoraggiato ma anzi reso ancora più fieri del nostro branco, con la consapevolezze che tutto ha un senso e una sua logica. Ringraziamo la comunità militante Raido per i numerosi km d’intervento , Skoll , i Malnatt, gli Ultima Frontiera e i DDT per aver partecipato con entusiasmo e impegno, non vogliamo però fare una recensione della giornata perché probabilmente sarebbe come sminuire quello che noi e tutti gli ospiti hanno donato,provato, percepito e imparato . Preferiamo condividere con ogni miles e con tutti i partecipanti in generale una favola lasciataci in eredita da un lupo anziano. una favola appassionata e, di conseguenza, appassionante, ri-cordando a tutti i presenti alla festa quale tensione debba spronare ognuno di noi, ogni giorno, a continuare a lottare con lo “stile guerriero” che ci contraddistingue.

I Lupi di Lealtà-Azione per ora vanno in letargo a riconnettersi con le radici profonde del loro essere, per essere pronti ad affrontare una nuova stagione di lotta e vittoria.

Punta, mordi, vinci!

 

La favola del lupo – L’USCITA DAL BOSCO (Guido Giraudo)

Alfa si guardò attorno nel silenzio del bosco umido e brumoso. Pioveva. Fitti scrosci di un’acqua sottile che scuotevano le fronde trasformandosi in grosse gocce o autentici rivoli che scendevano dai rami infradiciandolo. Non era il tempo che aveva desiderato: “ma se da lassù ci mandano la pioggia, un motivo ci sarà”… Così i pensieri si inseguirono, mentre attorno a lui percepiva l’affaccendarsi operoso del branco: ombre grigie e silenziose. Tutto era pronto per iniziare la nuova avventura. Avevano scelto il giorno più lungo dell’anno per fare della luce il simbolo stesso della loro scelta di abbandonare il bosco. Per troppo tempo (anni? secoli?)  erano stati ritenuti abitanti delle tenebre, esseri pericolosi, belve feroci… L’angolo della bocca di Alfa si piegò in una smorfia ironica, pensando agli sguardi limpidi dei suoi lupi, al loro incedere fiero e, al tempo stesso, guardingo e rispettoso… persino timoroso di compiere un gesto sbagliato, un movimento troppo brusco o disattento che potesse ingenerare danno o apprensione.

Nessuno di “quelli là fuori” si era mai preso briga di sapere (e di far sapere) che, per esempio, già dai primi mesi di vita nel branco, ogni “cucciolo” impara a moderare e governare la sua aggressività; nel gioco, nel combattimento simulato, nel rispetto di regole e consuetudini, si apprende a regolare la forza, a valutare le gerarchie, a evitare il reciproco danno, sotto l’occhio attento di un anziano; e basta un suo gesto a frenare o correggere ogni eccesso… Magari quelli “la fuori” lo sapevano benissimo; magari qualcuno lo diceva anche, ma per i più era ancora troppo comodo gridare “al lupo, al lupo” ogni volta che succedeva qualcosa o creare la leggenda del “lupo cattivo” e così scaricare su di loro ogni colpa, ogni responsabilità, ogni orrore perpetrato nei secoli.

Certo, finché rimanevano confinati nel bosco, isolati, emarginati, segregati, non potevano farsi conoscere. Ma in quel bosco chi li aveva sospinti? Perché gli uomini “la fuori” odiavano tanto i lupi? “Per comodità, per falsità, per meschinità, per viltà…” pensò Alfa scrutando il sentiero che ormai si era trasformato in un ruscello. Eppure c’era molto di più, e lui lo sapeva bene, come lo sapevano suo padre e il padre di suo padre, come avevano spiegato gli anziani ai giovani impazienti e combattivi…

«Come l’uomo è fatto di carne e spirito, così la sua vita si divide in necessità e virtù e la sua storia in chi cerca di appagare maggiormente le prime e chi, invece, privilegia le altre. Gli uomini non sono un branco, unito per razza e territorio,  per gerarchia e impulsi naturali. Gli uomini scelgono strade diverse e contrapposte e, per questo, spesso si odiano e si combattono. Così ci sono sempre stati uomini “stanziali” che hanno scelto dove stare e qui hanno coltivato terra e poi asservito e allevato animali per nutrirsi. Hanno costruito case solide e poi muri e recinti, per custodire o difendersi. Poi, invece, c’erano uomini più inquieti, nomadi, erranti. La loro casa era una tenda o un villaggio di semplici baracche, sempre pronti a cercare nuovi territori di caccia e, per questo, a spostarsi e magari anche a combattere seguendo il ciclo delle stagioni; poiché essi vivevano della natura e nella natura. I primi, ben presto, presero a odiare ogni animale che fosse loro “nocivo”, perché poteva nutrirsi dei “loro” raccolti o attaccare i “loro” animali. Odiarono l’orso e la faina, la talpa e il tasso… ma su tutti presero a odiare il lupo, perché faceva loro più paura. Odiarono il lupo per quel suo sistema di cacciare in branco che denotava organizzazione e intelligenza. Di più, fecero del lupo l’origine e il motivo di tutte le loro più profonde angosce  Detestarono il lupo (come la civetta o il gufo) perché animale della notte; per quel suo ululare alla luna che ingenerava terrore e sembrava evocare spiriti o demoni malevoli… mentre era solo un richiamo, quando non un gemito di nostalgia. I cacciatori, invece, ben conoscevano e stimavano i lupi. Da essi – agli albori della storia – avevano appreso le tecniche di caccia. Già, perché anche gli uomini antichi, prima che inventassero armi sempre più micidiali, cacciavano “in branco”, come i lupi, per stanare la preda, circondarla e colpirla. Anche gli uomini usavano corni o trombe come richiamo o segnale, Per i popoli cacciatori il lupo non era né un rivale, né una preda. A volte era persino considerato incarnazione della divinità guerriera. Simbolo di forza per loro, di crudeltà per gli altri.

Alla fine, però, nella storia degli uomini, furono gli stanziali a prevalere e più divenivano numerosi, forti e armati: più costruivano favole e leggende nere sui lupi. Nessuno di loro poteva raccontare di essere mai stato attaccato da un lupo; più nessuno ricordava neppure di aver perso un capo di bestiame andato a sfamare qualche cucciolo grigio, eppure ogni lupo doveva essere ucciso. L’ululato continuava a far tremare i loro cuori pavidi. Poi abbandonarono anche i campi e costruirono orrende città e fabbriche rumorose; l’uomo stanziale iniziò a scavare, a estrarre, a bruciare, ad abbattere boschi, a consumare e a sporcare. Lo chiamavano “progresso”, modernità… Riempirono di fumi velenosi il cielo; versarono veleni nelle acque… Uccisero tutto ciò che era naturale, creato da Dio, nel loro delirio di credersi più forti e più abili di Dio stesso. Tutto nella natura doveva obbedire ai bisogni e ai capricci degli uomini e anche le razze animali dovevano essere domate, corrotte per essere esibite nei circhi. Ma i lupi non si lasciano ammaestrare o corrompere, non si mutano in cani da salotto e, per questo, divennero ancora più un simbolo inquietante. Erano l’immagine stessa di qualche cosa di antico, naturale, “inumano”, qualcosa che resisteva al mito illuminista dell’uomo onnipotente. I lupi, quindi, andavano sterminati…»

Alfa non sapeva esattamente quanti sarebbero stati quel giorno a seguirlo, né poteva sapere quello che avrebbero davvero incontrato: sapeva solo che la scelta di abbandonare il bosco, per la prima volta nella loro millenaria storia, non era dettata dalla fame o dalla necessità. Era una scelta, decretata dal mutare dei tempi e da una accresciuta consapevolezza del gruppo. “Là fuori” erano ancora in tanti a odiarli, temerli e additarli come emblema stesso del male; ma sempre più per ignoranza, mentre aumentava, anche in “quelli là”, una voglia di cambiamento, una crescente disillusione verso il finto benessere e le false promesse; una insofferenza ribelle alle bugie “progressiste” e un profondo, latente, magari inespresso bisogno di tornare a capire e a vivere in una dimensione più naturale, quindi più tradizionale… 

Alfa trasse un profondo respiro e si avvio; l’intero gruppo si mosse sotto scrosci di acqua battente. Ancora una volta uno strano sorriso gli increspò le labbra: “Tempo da lupi… direbbero quelli là… E non sanno quanto hanno ragione, questa volta. Perché ormai è giunto il nostro tempo”. Tutto attorno a lui era un fremere di attività… Non uscivano dal bosco ringhiando, non dovevano né difendersi, né attaccare. Per una volta, per la prima volta, dovevano solo far vedere che esistevano, che erano tanti, che erano “belli” con i loro manti lucidi e gli occhi fieri. Avevano una “missione” da compiere: dimostrare al mondo “là fuori” che la Tradizione non può essere annientata. La puoi perseguitare, demonizzare, cacciare, infamare… come per secoli avevano fatto nei loro confronti, ma, alla fine, è più forte di qualsiasi persecuzione.

Ora Alfa marciava allo scoperto e i suoi avevano già incominciato ad “avventurarsi” lungo strade fino a ieri sconosciute. Per un attimo la responsabilità di quella scelta si tramutò, per lui, in un brivido. Si fermò, si voltò, iniziò a muoversi tra i suoi lupi: maschi e femmine, giovani e anziani. Li scrutava con uno sguardo strano, non severo, ma attento a cogliere ogni esitazione, ogni dubbio. Pronto anche a fermarsi se qualcuno non fosse stato convinto. Guardava i preparativi di quella uscita dal bosco che doveva essere una festa e, nella serietà dell’organizzazione, nel muoversi armonico di quanti avevano ruoli, compiti e responsabilità, percepì tranquillità, serenità e consapevolezza. “Sì – penso – possiamo andare”. Aveva puntato lo sguardo dritto negli occhi dei più giovani, per loro natura più ribelli e combattivi:  “Non c’è odio, né rabbia, né antichi rancori. – pensò – C’è solo fierezza, orgoglio e persino allegria”.

«Possiamo muoverci» gridò Alfa… e la marcia ebbe inizio. Una festa, più che un cammino, una prova per sé stessi e una dimostrazione “agli altri”. La prima occasione in cui i lupi avrebbero ululato al Sole e non più alla Luna… L’unica cosa che mancava era proprio il Sole. “Ma se da lassù ci viene solo acqua un motivo ci sarà… – pensò ancora Alfa – C’è un tempo per agire e un tempo per capire. Un tempo per decidere e un tempo per fare. Non dobbiamo correre… ma neppure fermarci; entrambe le cose sono segno di debolezza. Forse questa pioggia serve proprio a questo, a guardarci ancora una volta negli occhi”.

Così – ancora una volta – il gruppo si raccoglieva, ascoltava e comunicava la propria consapevolezza. Ormai molti dei giovani lupi erano più preparati e capaci, persino più saggi, degli anziani. Inoltre, anche molti di quelli che al gruppo si erano uniti – per solidarietà o curiosità, provenienti da altri branchi – potevano capire meglio la trasformazione avvenuta nel branco di Alfa. Così, poco per volta, tutte le nuvole si diradarono, sia dal cielo che dal cuore di Alfa. La pioggia smise di scendere e un raggio di sole andò a fendere l’aria e a illuminare il sentiero.

Alfa alzò lo sguardo (come fecero molti dei suoi) “Se da la lassù ci arriva, proprio ora e solo qui, questo raggio di sole… un motivo ci sarà”. Ora si poteva festeggiare e, mentre scendeva la sera, contestualmente saliva l’allegria, la soddisfazione, l’ebbrezza di stare insieme dopo tanto lavoro, tanta fatica, tanto sacrificio.

Era stata una lunga giornata, e sarebbe stata una lunga notte, quella dell’uscita dal bosco: Alfa e i suoi se la sarebbero ricordata a lungo. Ora il cielo era trapuntato di stelle e la Luna piena illuminava i campi. “Nessun ululato di richiamo questa volta. – pensò sorridendo Alfa – Tanto quelli che servono sono già qui . Nessun ululato di nostalgia, neppure, perché ormai non siamo più soli. Certo, qua attorno, ancora molti ci odiano, ci temono, ci guardano con diffidenza… Certo sembra impossibile che gli uomini superbi della modernità possano voler apprendere qualche cosa dai lupi. Però… Però, tutto sta cambiando, qui intorno, sempre di più gli uomini si rendono conto che i falsi miti del progresso li hanno portati (ci hanno portato) sull’orlo dell’abisso e magari proprio quelli che più ci erano nemici, oggi sono spinti verso di noi. Quelli che odiavano i cacciatori e i guerrieri considerandoli violenti, nemici della natura e dei deboli ora sono i primi a voler “proteggere” il lupo. Perché siamo rimasti solo noi come simbolo di una natura antica e incontaminata. Ne siamo l’ultimo lembo incorrotto e incorruttibile. Quelli che hanno odiato la nostra forza, definendola ferocia, quelli che hanno insultato il nostro ordinamento familiare preferendo modelli promiscui, che chiamano libertari, o quelli che temono la gerarchia definendola dittatura… Tutti questi sono ancora egemoni, qui intorno, ma sempre meno credibili, sempre più vecchi, stantii e destinati a essere scalzati dalla storia e da nuove (o antiche) scale di valori.

In tutti questi anni non ci hanno preso per fame, né sono riusciti ad addomesticarci con il loro denaro, non sono riusciti neppure a sterminarci e ora… ora hanno bisogno di noi. Hanno bisogno “loro” di ritrovare la strada verso il bosco. Hanno bisogno della nostra forza e della nostra guida, dei nostri esempi e dei nostri valori di famiglia, di comunità, di gerarchia. Tre semplici parole che ci hanno permesso di sopravvivere a onta della loro ferocia, del loro odio e della loro superbia.

Splendi Luna. Non lancerò a te un urlo, ma un ringraziamento… per aver vegliato su di noi quando il Sole non voleva mai sorgere. Nella notte che sembrava infinita. Ma ora so che – tra poche ore ormai – il Sole sorgerà nuovamente. Questa volta brillerà forte e dissiperà ogni nuvola e, con essa, anche i fumi del nostro bivacco, della nostra stanchezza e della nostra ebbrezza…

Perché adesso è notte, ma poi verrà il giorno…

Perché oggi è già Domani… e il Domani ci appartiene …”

Fu così che, lentamente, Alfa chiuse gli occhi, con un orecchio teso agli ultimi brusii del branco. Non era (solo) per stanchezza, al termine di quella lunga giornata, ma per lasciarsi cullare da quel sogno che i suoi pensieri avevano delineato: “Se da lassù ci hanno dato la Luna e il Sole, e il loro continuo alternarsi… un motivo ci sarà”.

Guido Giraudo

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